Da sempre l’andare in montagna, il vivere di montagna, inteso come affrontarne le cime, i pericoli o gestirne i rifugi, escursionistici o alpini che fossero, è stata una prerogativa prettamente maschile. La donna era spesso presente come cuoca, ma sempre in una posizione di secondaria importanza e comunque di limitata rilevanza nella gestione.La prestanza, la forza fisica erano considerate condizioni indispensabili per rapportarsi alla montagna. Una idea dura da sradicare e a dimostrarlo c’è quell’1% di guide femminili in raffronto ad un 99% dei maschi. Eppure negli ultimi decenni la donna è riuscita, mettendo l’accento su caratteristiche che le sono proprie, a farsi spazio e ad occupare posizioni sempre più rilevanti, facendo leva su tratti caratteriali che le appartengono. La sensibilità, l’empatia, la plasticità nell’adeguarsi a situazioni e ospiti, ne fanno oggi delle perfette rifugiste. La capacità di entrare in sintonia con ospiti di qualsiasi genere e con qualsivoglia necessità, il cogliere di ogni particolare della natura le mille sfaccettature, le sensazioni su cui soprattutto la sensibilità di noi donne sa porre l’accento. Se la parte fisica (anche se in maniera molto meno marcata di un tempo) spetta ancora all’uomo, la donna ha saputo cogliere e mostrare quello che della montagna è forse meno evidente ma altrettanto importante. Un rapporto che non è di forza, di sfida, ma di interazione. La montagna intesa come passeggiate nei boschi, come possibilità di sentirsi parte di tutto ciò, come un momento da vivere solo con se stessi sono non meno importanti di una arrampicata.Le donne quindi non solo per accudire al focolare, alla cucina, sicuramente parti importanti del vivere in rifugio, ma vere e proprie guide verso l’universo montagna che è sì un luogo dove superare i propri limiti, ma anche un posto in cui rilassarsi e ritrovare se stessi come parte di un tutto.L’uomo intendeva la montagna come luogo impervio, da superare con forza fisica e coraggio, un posto in cui non si poteva mai abbassare la guardia, ma con l’istinto femminile la montagna viene vista anche come luogo in cui ritrovare se stessi, considerarsi parte di una natura che può essere matrigna che incute rispetto e timore ma anche madre amorosa che ci accompagna in momenti di relax e benessere. Non a caso è ormai scientificamente provato che le donne hanno maggior beneficio dei maschi nel camminare per boschi e in generale in montagna, ma forse solo un modo differente di approcciarsi ad essa in termini di inconscio.Da un mondo di pregiudizi secondo i quali donna e montagna sono come rette parallele destinate a non incontrarsi mai per veri o presunti limiti fisici ad una realtà, quella attuale, in cui non solo le donne hanno raggiunto vette difficilissimi al pari degli uomini, ma addirittura le donne hanno saputo dare e dimostrare della montagna una lettura differente, come un mondo in cui il lato più emozionale e meno fisico è importante quanto il vincerne l’impervio. La montagna può essere vissuta calandosi in essa, cercando un altro approccio, sentendosene parte integrante senza sfidarla.Le donne in montagna per misurarsi con se stesse e perché no anche con gli uomini, spostando sempre più in là l’asticella dei propri limiti, ma anche per perdersi e ritrovarsi con leggerezza nell’ambiente, in un fiore, in un sentiero che ogni volta è diverso pur essendo sempre lo stesso. E chi meglio di noi donne sa cogliere queste sensazioni?